
Emilio: “Pronto? Pronto? Ciao, ué, come stai??”
Io: “Bene, bene dai. L’università è un po’ difficile, ma tutto sommato bene. Perché hai chiamato, hai bisogno?”
Emilio: “No, no. Cioè, almeno non immediatamente. Volevo chiederti se potevamo parlare un po’.”
Io: “Sì, certo. Aspetta un attimo, fammi collegare gli auricolari… Vai, ci sono.”
Emilio: “Okay, bella. No, boh, è che mi sento un po’ confuso e volevo parlarne con qualcuno per vedere se magari aiutava.”
Io: “Ah, okay. In che cosa ti senti confuso?”
Emilio: “Un po’ in tutto. Ti ho detto del nuovo lavoro, vero?”
Io: “Sì, ne avevi parlato al bar ad agosto. Come sta andando?”
Emilio: “Boh, per ora bene. Cioè, i colleghi sono gentili e l’azienda è ottima, ma non mi sento molto importante.”
Io: “Importante in che senso?”
Emilio: “Eh… Non so se in tutte le multinazionali è così, ma mi sento come se non facessi alcuna differenza. Sono tipo un minuscolo ingranaggio in una macchina enorme, e non sono sicuro di quanto il mio contributo individuale sia importante per il prodotto finale.”
Io: “Scusa, ma se tu all’improvviso smetti di lavorare il prodotto non esce o no?? Questo è già un segnale che il tuo lavoro ha un significato, secondo me.”
Emilio: “In realtà credo che il prodotto uscirebbe lo stesso… È che le mansioni sono talmente tanto specifiche che quasi nessuno è veramente indispensabile…”
Io: “Sì, certo, è voluto così. Altrimenti avresti una persona su cui ricade tutta la responsabilità. Quando poi si ammala è un casino.”
Emilio: “Non lo so… Forse dopo l’università mi aspettavo che tutto quell’impegno venisse ripagato con un ruolo in cui il mio lavoro è importante…”
Io: “Ma sì, dai… Guarda che i prodotti della tua azienda sono tra i migliori al mondo nel loro settore. Il mondo sarebbe sicuramente un posto peggiore se la tua azienda domani chiudesse.”
Emilio: “Su questo hai ragione. La domanda è: se io domani smetto di lavorare cosa succede? Credo che per un po’ di tempo il mio carico di lavoro verrebbe diviso fra i miei colleghi, per poi iniziare un giro di colloqui e assumere un altro il più velocemente possibile. Realisticamente, nel giro di tre mesi ci sarebbe già uno nuovo seduto alla mia scrivania…”
Io: “In effetti, messa così è un po’ deprimente. Però al giorno d’oggi nessuno è indispensabile… Quindi a te dà fastidio lavorare per un’azienda così grande o la tua posizione in sé?”
Emilio: “Credo una combinazione delle due… La mia mansione sicuramente non è uno di quei lavori che i bambini sognano di fare quando gli chiedi cosa vogliono fare da grandi… E poi in un’azienda così grande ti senti un po’ alienato per forza di cose.”
Io: “E allora perché hai deciso di accettare il lavoro? Sembra che sia tutto brutto da come ne parli.”
Emilio: “Beh, lo sai come sono… Quando mi hanno scritto per mail, appena ho visto il nome dell’azienda mi si sono illuminati gli occhi… Non puoi dire di no a una chance del genere. Il problema è che, una volta cominciato, la magia iniziale svanisce molto in fretta…”
Io: “Oh, se non ti piace licenziati. Non ti obbliga mica nessuno a lavorare lì. E poi sono sicuro che tu saresti in grado di trovare un altro lavoro in men che non si dica…”
Emilio: “Grazie, grazie. In teoria sono d’accordo con te: non c’è bisogno di continuare a soffrire. Non me l’ha mica detto il medico. È che proprio non mi piace tutta la vibe di lavorare in una multinazionale, sai… Non so se sarei in grado di licenziarmi e poi cercare un lavoro ‘normale’, non in un’azienda famosa… Credo di essere troppo ambizioso per accontentarmi di altro e troppo sensibile per stare bene in una grande azienda…”
Io: “Io non ho esperienza, quindi non so di preciso come sia. Però sì, scommetto che se lavori con tante persone il tuo contributo individuale rischia di perdersi un po’ e di affondare in mezzo a tutto il rumore. Però la cosa dell’ambizione non la capisco… Perché devi puntare a un lavoro dove poi sai che starai male? Ti puoi accontentare di uno in cui magari non lavori per il brand più famoso del mondo, ma almeno quello che fai tutti i giorni ha un impatto.”
Emilio: “È da quando sono bambino che mi è stato detto che io sarei andato lontano. Ti ricordi a scuola com’era, no? Alle medie ero il più bravo e la scelta automatica era stata andare al liceo. In tutte le altre scuole sarei stato ‘sprecato’… Poi anche al liceo ero bravo e la domanda era quale università avrei fatto, non se l’avrei fatta o meno. Adesso licenziarsi da una grande azienda per ‘accontentarmi’ di qualcosa di meno sarebbe un po’ come dire che ho raggiunto il mio massimo e che ho rinunciato ad andare ancora più in alto…”
Io: “E a te darebbe fastidio personalmente? O ti darebbe fastidio che gli altri lo pensassero?”
Emilio: “Eh, la seconda mi sa. So che non dovresti interessarti di quello che pensano gli altri di te, ma nella pratica è difficile non pensarci proprio… Se vivessi in un mondo in cui esisto solo io cambierei lavoro in un istante.”
Io: “Allora, secondo me hai trovato la tua risposta… Se uno dei motivi più importanti per cui continui a lavorare in un posto che non ti piace è l’opinione che gli altri hanno di te, stai sbagliando, secondo me…”
Emilio: “Sì, è vero. Non volevo ammetterlo e speravo che, telefonandoti, tu mi avresti detto che dovrei rimanere nella multinazionale. Ma hai ragione e sei stato sincero: se non mi piace non ha senso continuare. Grazie mille, mi hai già aiutato tanto. La prossima domanda è: quanto voglio allontanarmi dal lavorare in una grande azienda? Una azienda piccola sarà abbastanza o dovrò andare in una start-up? O addirittura mettermi in proprio e aprire la partita IVA??”
Io: “Qui mi sa che io non posso aiutarti. L’unico lavoro che ho fatto è stato il cameriere… Sicuramente posso dirti che hai ancora tempo per provarle tutte e tre, se vuoi. Hai appena iniziato a lavorare e non hai ancora moglie o figli che devi mantenere con il tuo stipendio, quindi ovunque tu guadagni abbastanza per vivere va bene…”
Emilio: “Sì, è vero. Mal che vada cambierò. L’idea di mettermi in proprio mi stuzzica molto. Quelle dinamiche di potere che ci sono in ufficio e avere un capo a cui devo chiedere quando posso andare in vacanza sono probabilmente due delle cose che mi danno più fastidio del lavoro da dipendente…”
Io: “Comprensibile. Ci sono anche molti vantaggi: sicurezza, orari ben definiti, stipendio fisso…”
Emilio: “Vero, vero. Ma se vedi tutti i miei colleghi in ufficio è difficile non provare un po’ di tristezza… Perché poi tutti i vantaggi di cui parli, dopo un po’, ti rammolliscono. Se sai già che guadagnerai X indipendentemente da quanto ti impegnerai quel mese, è quasi impossibile continuare a dare il 100%… In un’azienda in cui tu sei capo, dipendente e contabile sai benissimo che non puoi rilassarti se vuoi che il business funzioni.”
Io: “Capisco quello che dici, ma il secondo scenario sembra anche la ricetta perfetta per un burn-out… Sembra il discorso di uno di quei capi in una serie TV americana che vanno a lavorare in camicia a maniche corte e cravatta e fanno 30 ore di straordinari alla settimana per passare da un cubicolo di plastica all’ufficio con i muri veri…”
Emilio: “Hai ragione, hai ragione. Senti, io devo andare: che ne dici se un giorno di questi ti richiamo e continuiamo il discorso? Mi ha fatto molto piacere sentirti e mi hai aiutato veramente un sacco.”
Io: “Sì, sì, vai tra. Anche a me ha fatto piacere sentirti. Chiamami pure. Ciao, buonanotte.”
Emilio: “Ciao, ciao, goodnight.”
Lascia un commento